La cultura della vittoria e della sconfitta nell’atleta

La cultura della vittoria e della sconfitta nello sport

Una sana cultura della vittoria implica, da un punto di vista psicologico, la presenza di due variabili fondamentali:

► un ottimale orientamento alla prestazione

► l’accettazione costruttiva del suo opposto, ovvero la sconfitta.

Quando un atleta professionista si pone come obiettivo ossessivo e totalizzante arrivare al “Top” e il secondo posto viene pertanto considerato banalmente come “il primo degli ultimi”, è chiaro che la pressione associata alla competizione può diventare veramente logorante sotto il profilo mentale, escludendo severamente la possibilità di perdere che, al contrario, c’è sempre.
Il perfezionismo patologico che talvolta colpisce la mente di uno sportivo d’elite, tende infatti a imporre standard di assoluta eccellenza che non prevedono margini possibili di errore. Aspetto che nello sport non esiste, a dimostrazione del duro lavoro che i grandi campioni compiono ogni giorno per tentare. sempre e comunque, di superare alcuni limiti.

 Chi vince spesso non è l’atleta che esclude con autorità la possibilità di sconfitta, bensì lo sportivo che,  proprio in virtù di tale variabile, si sforza con motivazione intrinseca e cultura del sacrificio all’apprendimento, al mantenimento di stati di forma e di concentrazione ottimali, sviluppando resilienza.

La vittoria per l’atleta è conseguente infatti al desiderio personale di raggiungere livelli competitivi crescenti (la cosiddetta “fame”) sulla base delle proprie attitudini e margini di miglioramento, mantenendosi motivato nell’ottimizzare la prestazione sportiva.

Un atteggiamento proattivo e propositivo al successo deve essere positivamente correlato a:

  • l’attenzione al processo per la quale il focus dell’atleta deve essere orientato su ciò che serve per crescere e non unicamente sull’esito del proprio sforzo. Il risultato è infatti un sistema di monitoraggio della prestazione senza la quale non può esistere consapevolezza dei margini di crescita.
  • la consapevolezza che esiste una componente situazionale che può prevedere avversari che, in un dato momento, possano essere più performanti. Ciò richiede la capacità di direzionare la propria padronanza sulle variabili soggettive che regolano il proprio livello prestativo, in assenza della possibilità di controllare la competitività dell’avversario o il suo stato di “grazia”.
  • la valorizzazione del lavoro e dello sforzo compiuti per mantenersi su livelli performanti

Colui che vince gli altri è potente, chi vince se stesso è forte.
(Lao Tzu)

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