Dialogo interno: le regole autolimitanti nell’atleta

Le regole autolimitanti e la negatività verso se stessi: tu quale regola usi?

Ci sono aspetti del nostro modo di dialogare con noi stessi che sfuggono spesso alla nostra attenzione ma che, in realtà, contribuiscono in maniera significativa a rendere negativo l’approccio che abbiamo nei confronti delle cose.

Mi capita spesso di imbattermi in persone ed atleti che utilizzano un cosiddetto self-talk negativo, ovvero un dialogo interiore penalizzante. In pratica, un insieme di parole intrise di pessimismo rivolte verso se stessi ed i propri obiettivi.

Frasi dei tipo “non ce la farò mai”, “mi sento sempre stanco”, “tanto quel che faccio andrà male” etc..sono tutte espressioni di una forma penalizzante di self-talk.

Mi sono chiesto più volte se esistesse una “struttura mentale” che una persona si costruisce nel tempo in grado di spiegare il motivo per cui il dialogo interiore assuma contorni così negativi, attivando un processo di autolimitazione che, per la famosa profezia che si autoavvera, altro non fa che alimentare l’insuccesso.

Certo, ci sono moltissime cause, anche di origine temperamentale, ma anche relazionale, che spiegano per quale motivo un atleta sviluppi atteggiamenti autolimitanti spesso dettati da sistemi familiari in cui prevale l’impotenza appresa.

Traendo spunto da alcune letture affini alla Pnl mi giunge un assist interessante che parla di regole, ovvero di un insieme di “paletti”, di costrizioni, autoimposte in grado di spiegare la forza di tali meccanismi.

Le regole autolimitanti che una persona è in grado di dettare a se stessa possono essere veramente invalicabili; basti pensare a tutti coloro che, per profondi stati di ansia, si impongono di dover controllare tutte le variabili possibili che ruotano loro intorno, in modo tale da avere un padronanza perfetta della situazione. Evenienza che, evidentemente, è impossibile.

Ma qual’è la principale proprietà delle regole autolimitanti? Una su tutte, la perdita di potere personale.

Ad esempio, un regola impossibile da seguire, determina una minore capacità di controllo. (“Posso gareggiare bene solo dove ci sono le condizioni meteo adatte a me”).
Analogamente, una regola la cui applicazione non è verificabile (“tutti pensano che io sia un atleta presuntuoso..“) induce margini di errore.
In ultima istanza, una regola può togliere potere soltanto se essa fornisce molte occasioni per stare male, poche per stare bene (“l’esercizio, o è perfetto o è fa schifo..“).

È evidente che regole così limitative non possano che favorire insuccessi, i quali, a loro volta, alimentano un circuito negativo nel dialogo interiore, per cui il fallimento (inteso come inevitabile sconfitta davanti alle regole imposte) aumenta sensibilmente di frequenza.

In un percorso di attenta autofocalizzazione, credo sarebbe molto utile per un atleta (ma soprattutto per la persona) comprendere quali siano le sue regole interiori (ed interiorizzate) ed in che modo esse influenzino il suo modo di comunicare con se stessa.

E tu, hai mai provato a scrivere le tue regole? Come sono, controllabili? Basate su tratti negativi o positivi? Tutelano la tua autostima anche in caso di errore oppure l’errore distrugge la tua valutazione di te stesso?

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