Psicologia e Sport: perché una sconfitta dovuta ad un errore dell’arbitro è più dura da sopportare rispetto a quella conseguita per demeriti sportivi?

Nel calcio, così come in qualunque altra disciplina sportiva, la presenza di un arbitro o di un giudice è una costante assoluta che, laddove non vi sia un utilizzo costante della tecnologia teoricamente in grado di ridurre la possibilità di errore (se ben utilizzata), determina la necessità di convivere con l’errore, il suo errore.

Quando una squadra perde sul campo per demerito, per l’incapacità di raggiungere una performance adeguata alla situazione e, in sostanza, per demerito sportivo, il fallimento derivante da una sconfitta è certamente duro da sopportare e mal digeribile in quanto innesca meccanismi di colpa, possibili conflitti interni tra i membri, avversione verso le scelte dell’allenatore.

In buona sostanza, rabbia e frustrazione. Ma mai importanti quanto quelle derivanti dalla sconfitta risultante da un errore tecnico dell’arbitro.

Perché è più difficile digerire questo tipo si sconfitta? Perché il fallimento derivante da cause esterne al gruppo e ben identificabili genera un’aggressività, una rabbia, una frustrazione così marcata e duratura?

La risposta sta nella possibilità dell’individuo di controllare una determinata situazione.
Quando gli eventi esterni sono fuori dalla nostra gestione diretta e, di conseguenza, dal nostro controllo, la frustrazione derivante da un fallimento incide sul benessere psicologico in modo molto più marcato rispetto ad un insuccesso derivante da motivi controllabili direttamente.

Il senso di impotenza, di ingiustizia. l’impossibilità di cambiare le sorti di una partita di calcio o di una gara, sono indubbiamente molto più forti quando non si può intervenire per cambiare la situazione.
E non soltanto. La ripetuta esposizione di una squadra ad errori arbitrali decisivi determina quella che i psicologia si chiama incapacità appresa (introdotta da Seligman nel lontano 1975), ovvero la tendenza a smettere di lottare ed alla rinuncia.

Il che si verifica quando in un gruppo inizia a maturare il pensiero di essere sfortunati, di non riuscire mai ad ottenere un successo denotando nelle caratteristiche del gruppo possibili correlazioni con i ripetuti errori arbitrali.

C’è infatti una differenza netta tra un gruppo che reagisce pensando “Non è giusto, continuiamo a perdere  solo per colpa dell’arbitro” ed un gruppo che invece si convince del fatto che “l’arbitro sbaglia sempre con noi perché siamo un gruppo di sfigati“.

Nel primo caso, infatti, nonostante manchi la possibilità di controllo sulla situazione, aumenta la compattezza del gruppo che identifica in una causa esterna la causa dei propri fallimenti. Nel secondo caso, invece, l’incontrollabilità della situazione conduce ad uno stato depressivo in cui  l’errore esterno viene collegato più o meno inconsapevolmente alle qualità del gruppo stesso che, di conseguenza tende a disgregarsi.

In pratica, si può avere una tendenza alla depressione quando gli eventi esterni vengono attribuiti a cause interne (Abramson, 1978), anche davanti, come nel caso esposto, ad eventi palesemente esterni.

Bibliografia
Seligman (1975), On depression, deelopment, and death, Freeman, San Francisco
Abramson, J. Seligman e Teasdale (1978), Learned helplessness in humans: Critique and riformulation. Journal of Abnormal Psychology

Dr Fabio Ciuffini
Psicologo
ciuffinifabio@gmail.com

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