Motivazioni e cambio di casacca: come incide il denaro sugli stimoli del calciatore

Sappiamo tutti che nello sport è fondamentale la componente motivazionale al fine di raggiungere performance ottimali. Non può esserci performance senza quella spinta ad agire, a pervenire ad un obiettivo prefissato.

Questo stimolo verso l’obiettivo può avere origini diverse e direzioni difformi.
La motivazione è infatti distinguibile in due importanti categorie: la motivazione intrinseca e la motivazione estrinseca.

La motivazione intrinseca è la responsabile della nostra tendenza a scegliere liberamente i comportamenti da adottare in un dato contesto, mentre la motivazione estrinseca indica la presenza di fattori esterni che guidano il nostro comportamento.

In sostanza, quando facciamo ciò che abbiamo deciso autonomamente di fare senza che siano fattori esterni alla nostra volontà a guidare le nostre scelte, parliamo di una motivazione “interiore”, mentre se il nostro comportamento non è motivato da fattori interni ma da circostanze esterne, in questo caso la motivazione diviene di tipo estrinseco e spesso troviamo molto meno piacere a svolgere il compito che abbiamo intrapreso (Harackiewicz, 1979).

In una prospettiva di tipo geometrico, potremmo parlare di due diverse direzioni della motivazione: la motivazione intrinseca nasce nell’individuo e si proietta verso l’esterno, invece la motivazione di tipo estrinseco ha direzione opposta. Nasce cioè all’esterno per creare la propulsione della persona verso un traguardo.

MOTIVAZIONE INTRINSECA 

In ambito sportivo, la motivazione intrinseca è generalmente molto forte, in quanto chi svolge un’attività agonistica solitamente non lo fa perché gli viene imposto ma perché ha desiderio di farlo, misurando talvolta il proprio valore e la propria capacità in funzione dei risultati conseguiti traendone ulteriore stimolo a migliorarsi.

Il riferimento da cui partiamo è la Teoria della Valutazione Cognitiva (Deci, 1975) secondo la quale la motivazione intrinseca trasmette un senso di competenza ed autodeterminazione nella persona, inserendosi all’interno di un quadro legato all’espressione dei suoi bisogni.

Maggiore è il grado di motivazione intrinseca, maggiore sono i rinforzi positivi che la persona dà a se stessa, aumentando ulteriormente il proprio comportamento.

Analogamente, qualora una motivazione intrinseca sia bersagliata da fattori estrinseci alla persona, i suoi comportamenti potrebbero essere oggetto di modifica o di riduzione della componente interna alla propria azione motivata.

Una motivazione intrinseca ben equilibrata (che non conduca cioè ad un eccessivo biasimo nei confronti di se stessi in momenti in cui la performance potrebbe calare) consente al calciatore e all’atleta in generale di mantenere standard di prestazioni mediamente costanti, non soggetti alla tipica oscillazione che deriva invece dalla fugace presenza di ricompense esterne.

MOTIVAZIONE ESTRINSECA 

Se la motivazione intrinseca si palesa con maggior frequenza negli atleti, quella estrinseca non compare con la medesima assiduità ma può avere una grande intensità in funzione delle caratteristiche soggettive e di personalità dello sportivo modificando in modo significativo il suo orientamento motivazionale (che la psicologia cognitiva ha sostituito come espressione a quella semplice di motivazione).

Nel caso del calcio ad esempio, resta senza dubbio difficile pensare che un bambino si avvicini a questo gioco semplicemente per una sorta di predisposizione caratteriale, ma evidentemente esistono dei prerequisiti che lo portano a percepire il calcio come un’attività in cui possa trarre una qualche forma di beneficio (in termini di autostima ma anche sociali e di status).

Nonostante la motivazione intrinseca dell’individuo sia molto importante e guidi i comportamenti dell’atleta in modo funzionale alla performance propria e della propria squadra, nel gioco del calcio c’è una minaccia potente in grado di limitare la motivazione intrinseca dell’atleta, anche per quel che concerne la sua funzionalità rispetto agli obiettivi di gruppo e di squadra: il denaro.

Quando un fattore esterno tende a far emergere la rilevanza delle qualità personali del calciatore (l’ingaggio, il risalto dato dai media, il successo, gli elogi, i cori dei tifosi ad personam), un calciatore corre il rischio di convogliare la propria motivazione intrinseca in modo sempre più funzionale alla propria performance individuale e meno a quella collettiva.

Il calciatore è naturalmente dotato di motivazione intrinseca all’origine della propria scelta di giocare a calcio ( e rinforzata anche da capacità ed attitudini tecniche in grado di aumentare la sua auto-efficacia percepita), come dicevamo.

Tuttavia il mondo professionistico cui il calcio appartiene è oggetto di continui rinforzi esterni alla performance che si manifestano sotto forma di incremento di status sociale e di denaro, mediante il passaggio a squadre di maggior prestigio e portando molti calciatori a cambiare casacca frequentemente, un comportamento molto più accentuato da quando nel sistema calcio esiste uno strumento che lo legittima.

Ci riferiamo naturalmente alla sentenza Bosman da parte della Corte di Giustizia Europea del 1995 che ha liberalizzato il movimento dei calciatori comunitari rendendoli meno vincolati alla società di appartenenza ed introducendo la possibilità di cambiare maglia a parametro zero alla scadenza di contratto, ossia senza che la società acquirente debba versare capitali nelle casse della società di provenienza.

Le forme contrattuali tendono ad essere naturalmente lunghe e salienti dal punto di vista dell’ingaggio soprattutto quando un calciatore viene acquisito gratuitamente a parametro zero allorché la società acquirente risparmia notevolmente sul prezzo del cartellino (annullandolo) concedendo poi al calciatore un compenso mediamente più alto. Allo stesso tempo il giocatore si garantisce per più anni uno stipendio importante, proprio per ovviare alle oscillazioni di valore tipiche di questo sport.

Tuttavia la ricompensa economica non è fondamentale sempre. Ad esempio nel mondo dei dilettanti così come in quello dello sport per bambini ed adolescenti sono altre le armi “esterne” che possono essere utilizzate a fini motivazionali.

Ad esempio, il sentirsi importanti per il gruppo e quindi l’approvazione da parte dei propri compagni è talvolta determinante per motivare un atleta verso una performance.

Questa forma di gratificazione è esterna in quanto non è la risultante di un obiettivo personale della persona bensì deriva dalla sensazione piacevole di essere apprezzati da un gruppo sociale.

Naturalmente ad alti livelli professionistici, specie nel calcio, gli ingaggi milionari rappresentano rinforzi notevoli e sono in grado di motivare un calciatore verso traguardi prestigiosi. Tuttavia ciò comporta una vera escalation della ricompensa, per cui si rende sempre più frequente un aumento della ricompensa affinché lo standard qualitativo del professionista resti elevato.

Questo spiega il motivo per il quale nonostante stipendi ricchissimi molti calciatori abbiano la necessità di avere ingaggi sempre più alti non perché essi siano essenziali alla propria sopravvivenza economica ma perché rappresentano una misura costante della propria efficacia.

La motivazione estrinseca spiega anche perché a parità di denaro, un atleta decida di cambiare casacca. La variazione di ambiente procura infatti stimoli nuovi all’atleta che ha motivazioni più estrinseche che intrinseche.

Di contro, il calciatore caratterizzato da motivazione intrinseca più spiccata potrebbe decidere di restare in una squadra per anni cercando di migliorarsi giorno dopo giorno senza la necessità di rinforzi esterni e magari rinunciando anche a guadagni migliori.

Sentirsi capitani di un gruppo per anni o leader indiscusso di una città dal punto di vista sportivo potrebbe avere anche una componente motivazionale estrinseca legata alla riconoscenza altrui, al sentirsi apprezzati dai propri tifosi.

La rilevanza della componente economica nel guidare le scelte dell’atleta dipendono naturalmente dai suoi principi, i suoi valori, le sue prerogative soggettive.

Per questo anche per un allenatore diventa importante conoscere a fondo che cosa spinge un atleta a dare di più, dato che non tutte le persone necessitano degli stessi rinforzi.

Fabio Ciuffini
Psicologo
ciuffinifabio@gmail.com

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